Il plagio di Virginia

Ha scoperto che l’idea originale di “Orlando” non è farina del sacco di Virginia Woolf ma di Violet Trefusis. Così sarebbe, secondo una giovane studiosa italiana, Tiziana Masucci, invitata il prossimo 4 aprile al Sunday Times Literary Festival di Oxford, uno dei più importanti appuntamenti letterari inglesi.
9 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 04:46
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Dare a Violet Trefusis quel che è di Violet Trefusis, a costo di togliere a Virginia Woolf la piena maternità di “Orlando”, il suo romanzo più famoso. Che così suo non sarebbe, secondo una giovane studiosa italiana, Tiziana Masucci, invitata il prossimo 4 aprile al Sunday Times Literary Festival di Oxford, uno dei più importanti appuntamenti letterari inglesi. Lì racconterà come ha scoperto che l’idea originale di “Orlando”, la caratterizzazione dei personaggi, nonché buona parte della trama, non sono farina del sacco di Virginia Woolf ma di Violet Trefusis.
Scrittrice e divina mondana – era figlia di re Edoardo VII e della sua favorita Alice Keppel – la Trefusis è stata fino a oggi più nota per la vita brillante ed eccessiva, spesa tra dimore principesche (l’ultima fu a Firenze) e amicizie illustri, che per i suoi meriti letterari. Che invece sono molti e ingiustamente misconosciuti, sostiene Tiziana Masucci, la quale a Oxford spiegherà, documenti alla mano, per quali vie la Woolf abbia realizzato la sua appropriazione indebita. Passata liscia, peraltro, grazie al fatto che Violet non gliela rinfacciò mai. Troppo inarrivabile e anticonformista, troppo diversa dalla bisbetica (con le cameriere) rompiscatole avara e, ora scopriamo, pure copiona Virginia Woolf, per ingaggiare con lei un qualsiasi contenzioso letterario.
Il vero contenzioso tra le due era, semmai, di natura sentimentale. Avevano condiviso, sia pure in tempi diversi e tenendosi a debita distanza, la passione per Vita Sackville-West. Destinataria di meravigliose lettere della Trefusis (che dovevano essere bruciate dopo essere state lette, ma non lo furono, naturalmente). Vita era stata in gioventù sua compagna di scorribande per mezzo mondo, prima di rientrare nei ranghi del buon matrimonio con Harold Nicolson e di diventare oggetto d’amore di Virginia Woolf, a sua volta sposata con l’assai tollerante Leonard.
Ma tempi durissimi si prospettano per la musa e tiranna di Bloomsbury, se è vero che a Oxford, a corroborare il suo tardivo ma ineluttabile smascheramento, ci sarà anche sir Michael Holroyd, presidente della Royal Society of Literature e biografo di personaggi come George Bernard Shaw e Lytton Strachey, a sua volta critico letterario e componente del gruppo di Bloomsbury. Le prove contro la Woolf si troverebbero in un manoscritto inedito di Violet Trefusis, datato 1919 (“Orlando” è del 1928). E’ lì che Tiziana Masucci (che della Trefusis ha curato tre libri: “Anime gitane”, edito da Archinto, “Eco”, Frassinelli, e “I pappagalli sull’Arno”, in uscita a maggio per Mephite) ha ritrovato descrizioni di personaggi e situazioni ricalcati perfettamente in “Orlando”.
E’ andata così: Violet ha raccontato a Vita, che l’ha raccontato a Virginia, di aver avuto l’idea, mentre andava in treno verso Londra, della storia di un personaggio androgino (la stessa Violet, che nel gioco amoroso con Vita si chiamava Luska, mentre Vita era Myta). Il personaggio si doveva muovere attraverso i secoli, dall’epoca romana fino al 1919… E’ la trama di “Orlando” e a “Orlando” portano la scelta dei nomi, le descrizioni, le circostanze di quella storia che la Trefusis alla fine non pubblicò, ma che diede a Virginia Woolf molto più che un’impalcatura sulla quale costruire il suo romanzo. Gratitudine verso Violet, due righe di ringraziamento alla fine del libro? Che idea: a Bloomsbury certamente non si usava.